“Padre, io sento il desiderio di confessarmi, ma non so come fare. Trovo puerile ridurmi ad elencare le mancanze commesse. Come posso vivere in forma nuova questo sacramento?”.
È la legittima domanda di un giovane universitario determinato a riappropriarsi della fede ricevuta passivamente dalla propria famiglia.
È possibile e suggestivo offrire una risposta a questa domanda ripercorrendo gli interventi omiletici e catechistici di Papa Francesco. Egli ha offerto con un invidiabile stile pastorale spunti teologici e antropologici capaci di riproporre il sacramento della Confessione o Riconciliazione come forma preziosa di crescita nella fede e nella vita cristiana.
Si tratta di un incontro personale con Cristo Gesù, che ha lo spessore di una duplice “confessione”, ha affermato Papa Francesco in una omelia del 2015: la confessione della misericordia di Dio che ci viene incontro sulla strada della vita e la confessione della nostra situazione di peccatori. L’esperienza della fede richiede infatti l’esigenza di lasciarsi incontrare dal Signore nella verità della propria umana fragilità, perché solo così è possibile attingere alla ricchezza della sua grazia. È questione di umiltà che, a differenza della cieca arroganza, permette di far luce su noi stessi e mettere in moto un sincero processo di rinnovamento. Viene così superata la visione piuttosto riduttiva della confessione come mera preparazione alla comunione eucaristica, e la si configura come percorso di dialogo spirituale che risana e riappacifica. “Un incontro di festa, che guarisce il cuore e lascia la pace dentro”, lo definisce testualmente. Non solo, ma viene superata anche l’idea di dover fare un moralistico elenco di errori commessi per arrivare, sì, a un esame di coscienza profondo, ma per riconoscere i propri peccati come offese a Dio; allora anche la “vergogna” non è da evitare, ma da vivere come grazia.
“Ed è proprio necessario rivolgersi ad un confessore?” incalza.
Nella celebrazione del Sacramento ha un ruolo importante il sacerdote confessore. Su questa figura Papa Francesco ha offerto molte riflessioni, convinto che l’approccio umano può facilitare l’azione della grazia. A tal riguardo pone un criterio fondativo: la Confessione “non è un tribunale umano di cui aver paura, ma un abbraccio divino da cui essere consolati”. Da qui emerge con chiarezza che il confessore non ha il compito di formulare un giudizio, una sentenza, ma di incarnare la figura del buon Pastore che desidera accompagnare nel cammino della vita.