CONFESSARSI perché E COME? (2^parte)

(continua dal foglietto precedente)

Da qui emerge con chiarezza che il confessore non ha il compito di formulare un giudizio, una sentenza, ma di incarnare la figura del buon Pastore che desidera accompagnare nel cammino della vita.

Proprio questo verbo “accompagnare” definisce l’azione del confessore. Al Corso della Penitenzieria apostolica, nel 2015, il Papa ha esortato i confessori a evitare interrogatori invadenti, ricordando che non esiste peccato che Dio non possa perdonare. Ha sottolineato che la Chiesa è chiamata a “iniziare i suoi membri all’arte dell’accompagnamento”, trattando ogni penitente come “terra sacra” da coltivare con dedizione e attenzione pastorale. Il concetto di accompagnamento chiede al confessore due attenzioni, ben esplicitate nell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”: che il discernimento non parta soltanto dalle norme generali perché “non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari” e che non si pretenda di “sostituire” ma ci si impegni a “formare le coscienze” (cfr AL 304 e 37).

“Non è un rito standardizzato” cerco di spiegare, “ma un’esperienza personale dal forte sapore umano”.

Particolarmente intensa è stata la riflessione fatta dal Pontefice sull’episodio evangelico dell’incontro di Gesù con l’adultera. Dopo che tutti se ne sono andati, rimane Gesù solo con la donna, la “misera e la misericordia”. “Rimane perché è rimasto quel che è prezioso ai suoi occhi: quella donna, quella persona. Per Lui prima del peccato viene il peccatore. Io, tu, ciascuno di noi nel cuore di Dio veniamo prima: prima degli sbagli, delle regole, dei giudizi e delle nostre cadute”. È chiaro ed esplicito l’invito ad avere “uno sguardo simile a quello di Gesù”, ad avere “l’inquadratura cristiana della vita, dove prima del peccato vediamo con amore il peccatore, prima dell’errore l’errante, prima della sua storia la persona”.

Molto efficace è anche la considerazione fatta da Papa Francesco circa la funzione umana e sociale della Confessione. Al Corso sul “foro interno” promosso dalla Penitenzieria Apostolica nel 2022, ha esortato chi esercita il ministero della Riconciliazione a vivere l’accoglienza, l’ascolto e l’accompagnamento nei riguardi del penitente, sottolineando che “il perdono è un diritto umano”. Del resto “è ciò a cui più profondamente anela il cuore di ogni uomo, perché, in fondo, essere perdonati significa essere amati per quello che siamo, malgrado i nostri limiti e i nostri peccati”.

Per questo i confessori, afferma ancora il Papa, “dispensando generosamente il perdono di Dio”, collaborano “alla guarigione degli uomini e del mondo”.

 “Serve confessarsi, visto che solitamente si ricade negli stessi peccati?”.

Anche a questa domanda del mio giovane amico il magistero di Papa Francesco dà una risposta incoraggiante. La Confessione fa rinascere in noi la speranza: nel perdono ricevuto col Battesimo nasciamo come cristiani, e rinasciamo ogni volta che ci “sentiamo oppressi”, che “non sappiamo più come ricominciare”, perché “solo attraverso il perdono di Dio accadono cose veramente nuove in noi”.

In un’udienza del 2014 Papa Francesco ha spiegato che “la Riconciliazione è sacramento di guarigione. Quando io vado a confessarmi è per guarire l’anima e il cuore, di qualcosa che ho fatto che non sta bene”. Con il suo linguaggio immediato ha concluso invitando a non vergognarsi di confessare i propri peccati perché dalla confessione poi si esce “belli, bianchi, perdonati e felici”.

In questo senso la Confessione è sacramento della gioia, della festa, in cui si sperimenta l’abbraccio del Padre che non si stanca mai di perdonare e sostiene nell’impegno della conversione. “Non si va a confessarsi – ha spiegato il Papa ai giovani – come dei castigati che devono umiliarsi, ma come dei figli che corrono a ricevere l’abbraccio del Padre. E il Padre ci risolleva in ogni situazione, ci perdona ogni peccato. Sentite bene questo: Dio perdona sempre! Avete capito? Dio perdona sempre!”. Non si va da un giudice a regolare i conti, ma “da Gesù che mi ama e mi guarisce”. In altre parole la Confessione è un atto di misericordia, non di giudizio, e il cuore della Confessione è l’amore ricevuto, non i peccati confessati.

In sintesi, Papa Francesco ci ha aiutati a concepire e vivere la Confessione come un incontro di misericordia, un’opportunità di guarigione e un cammino di ritorno al Padre, invitando sia i fedeli sia i sacerdoti a viverla con umiltà, gioia e amore.