14 giugno 2026: XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO “A”

LETTURE DEL GIORNO

La liturgia di questa domenica ci invita a contemplare il cuore della vocazione cristiana: essere scelti da Dio per essere inviati al servizio dei fratelli. Non si tratta di un privilegio riservato a pochi, ma di una chiamata che nasce dall’amore gratuito di Dio e si traduce in missione.

Nella prima lettura, Israele è accampato ai piedi del Sinai. Il Signore ricorda al suo popolo tutto ciò che ha compiuto per liberarlo dalla schiavitù e gli rivolge una promessa straordinaria: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Dio non sceglie Israele perché sia migliore degli altri popoli, ma perché diventi segno della sua presenza nel mondo. La vocazione nasce sempre da un dono ricevuto e da una relazione d’amore.

San Paolo, nella lettera ai Romani, ci conduce ancora più in profondità nel mistero dell’amore divino. Cristo non è morto per persone giuste o perfette, ma «quando eravamo ancora peccatori». L’iniziativa è sempre di Dio. Prima ancora che l’uomo risponda, Dio ama, perdona, riconcilia. La missione della Chiesa non nasce dunque da un senso di superiorità morale, ma dalla gratitudine di chi ha sperimentato per primo la misericordia.

Nel Vangelo, Matteo ci mostra lo sguardo di Gesù sulle folle: «Ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore». Questa compassione è il punto di partenza della missione. Gesù non vede una massa anonima, ma persone ferite, smarrite, bisognose di una guida e di una speranza. Per questo chiama i Dodici e li invia. Prima li chiama a stare con lui, poi li manda ad annunciare che «il Regno dei cieli è vicino».

Anche oggi il mondo è pieno di uomini e donne che cercano un senso, una parola di speranza, una presenza che li accompagni. La risposta di Gesù non consiste anzitutto in strutture o programmi, ma in persone trasformate dal suo amore e rese capaci di testimoniare il Vangelo. «La messe è abbondante», dice il Signore: il campo è pronto, ciò che manca sono operai che sappiano guardare il mondo con i suoi stessi occhi.