Ho scelto questo giorno (la solennità dei santi patroni) per il saluto alla diocesi anzitutto per non moltiplicare gli appuntamenti diocesani e inserirmi in quello che già è in calendario, ma anche perché i nostri Patroni Felice e Fortunato hanno subito il martirio ad Aquileia che è parte della diocesi di Gorizia. E così mi piace pensare che questi due giovani mi accompagnino, anzi mi facciano da scorta nel viaggio che inizierò il prossimo 12 luglio e nello stesso tempo siano per me il segno di un legame spirituale e anche affettivo tra Chioggia e Gorizia.
Come ho ripetuto tante volte in queste settimane, sono consapevole che quattro anni e mezzo sono un tratto di strada troppo breve soprattutto in questo momento quando mi sembrava di vedere qualche buon germoglio per il cammino della nostra diocesi, ma i piani del Signore, che è l’unico vero pastore, sono spesso diversi dai nostri e a Lui, pastore e guida del suo popolo, io affido questa diocesi e quei germogli perché possano crescere.
Risuonano le parole consolanti della seconda lettura: «Non abbandonate la vostra fiducia alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio, possiate raggiungere la promessa» (Eb 10,35-36). In queste parole c’è tutto quello che ci serve per essere sereni di fronte alla volontà di Dio. Il Signore ci chiede fiducia e costanza per continuare il cammino iniziato e ci ricorda che quando siamo nella volontà di Dio camminiamo spediti verso la promessa. La promessa riguarda Dio, la fede, la vita nuova che nasce dall’incontro con Gesù. Può cambiare un parroco, un vescovo, possono esserci piani pastorali di un certo tipo o di un altro, modi e stili diversi di operare, ma l’essenziale è «camminare spediti verso la promessa». Felice e Fortunato hanno vissuto nella volontà di Dio anche quando la persecuzione ha bussato alla loro porta e hanno camminato spediti verso la promessa. Sorpresi a pregare e accusati per questo, non vollero rinnegare la propria fede; furono, perciò, torturati con vari supplizi, ben descritti negli affreschi della nostra cappella a loro dedicata, e poi decapitati fuori dal centro abitato, sulle sponde del fiume Natisone, nel 303.
Nella mia prima omelia in occasione della solennità odierna, il 10 giugno 2022, dicevo queste parole: «Per me è una gioia e un onore unirmi a voi e da oggi sentirmi ancora più parte di questa storia che vogliamo continui a generare vita e speranza. Da oggi Felice e Fortunato diventano santi importanti anche per la mia vita, compagni di viaggio, anche a loro affido i tanti sogni che porto nel cuore per questa Chiesa».
Oggi ripeto quelle parole: «Per me è stato un onore servire questa Chiesa, sentirmi parte di una storia di fede solida, sanguigna e ancora viva». In questi anni ho cercato di lavorare perché le tradizioni potessero ricevere nuova linfa vitale, la linfa del vangelo, perché le parrocchie diventassero sempre più comunità, perché la Parola e l’Eucaristia nutrissero il cammino di ciascuno, perché crescesse l’amicizia, la fraternità e quel calore umano già vivo in queste terre che, se non è ancora l’agape evangelica, può aiutare a crescere nell’amore.
Ho cercato di inserirmi dentro una storia, ascoltando, cercando di capire, imparando un po’ alla volta ad amare queste terre anche se non nascondo che tanti sogni sono ancora ai primi passi.
(continua)