Poi c’è quell’espressione «prendere la propria croce»: è una delle frasi più celebri, più citate e più fraintese del Vangelo, che abbiamo spesso interpretato come un’esortazione alla rassegnazione: soffri con pazienza, accetta, sopporta le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice “sopporta”, dice “prendi”. Al discepolo non è chiesto di subire passivamente, ma di prendere, assumere, abbracciare attivamente. Che cos’è la croce? È il riassunto dell’intera vita di Gesù.
Prendi la croce significa: “Prendi su di te una vita che assomigli alla sua”. La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d’amore. Il sogno di Gesù non è una Via Crucis dolorosa, ma l’immensa migrazione dell’umanità che cammina verso il dono di sé, verso Dio e verso i fratelli con lo stile dell’amore, della tenerezza, della solidarietà, della cura reciproca, del perdono. Sostituiamo croce con amore ed ecco le parole di Gesù interpretate in modo corretto: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, prenda su di sé il giogo dell’amore, tutto l’amore di cui è capace, e mi segua. Ciascuno con l’amore addosso, che però ha anche il suo prezzo perché dove metti il tuo cuore, là troverai anche le tue spine e le tue ferite». Ma per essere capaci di fare questo era ed è necessario «rinnegare sé stessi». Felice e Fortunato hanno messo da parte la loro giovane età con tutte le promesse che ogni vita giovane porta con sé. Gesù veniva prima della loro stessa vita. Rinnegare sé stessi non significa mortificare la propria persona, quanto piuttosto capire che il mondo non ruota attorno a me; è un invito a uscire dal proprio io, per sconfinare oltre sé stessi. Non mortificazione, allora, ma liberazione. L’esito finale è “salvare la vita”, quella che tutti gli uomini cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di vivere. Tutti cercano la fioritura della vita. Perdere per trovare. È la logica dell’amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato; e Gesù ci insegna che il dono più grande è quello della vita.
Chioggia, Gorizia, ogni diocesi, ogni parrocchia ha le sue cose belle e i suoi problemi. Vivo questo passaggio non come una croce dolorosa da prendere, ma come un atto d’amore, l’amore di chi ha scelto di seguire il Signore là dove lui chiede di seguirlo. Chiedo anche a ciascuno di voi di prendere il dolce giogo dell’amore e continuare a camminare nella fede. Felice e Fortunato li immagino come due giovani col sorriso perché non hanno trattenuto la vita per sé, ma hanno messo Dio prima di tutto e hanno amato fino a donare la vita. Il martirio è come il dolore del parto, è un dolore carico d’amore, è un dono per la vita. Non importa dove viviamo, dove serviamo il Signore. Per un cristiano ogni luogo è casa perché Lui è la nostra casa, la nostra terra, la nostra eredità.
+ Giampaolo Dianin, vescovo